Vanni Quadrio
Artista e psicoterapeuta espressivo

AutOut non si limita a esporre delle opere: rende visibile un processo. È il momento in cui un percorso, sviluppato nel tempo attraverso pratiche, relazioni e lavoro condiviso, assume una forma concreta e diventa leggibile per la comunità.

Il titolo AutOut racchiude già in sé il senso del percorso. La prima parte della parola richiama immediatamente l’autismo; la seconda rimanda invece a out, al “fuori”. Ma AutOut è anche una forma di chiamata, quasi un richiamo: un “out, out” che suona come un’ultima sollecitazione, un invito a non rimandare oltre.

In questo senso il nome del progetto contiene una presa di posizione. Da una parte riconosce la specificità del funzionamento autistico; dall’altra indica la necessità di portare fuori, nello spazio pubblico, ciò che troppo spesso rimane invisibile o inascoltato. L’autismo non viene qui pensato soltanto come una categoria clinica, ma come una modalità di relazione con il mondo che può incontrare difficoltà nel rapporto con l’esterno. AutOut prova allora a compiere un gesto semplice e radicale: rendere visibile, rendere dicibile, rendere condivisibile un’esperienza che spesso rimane confinata.

Anche per questo motivo AutOut non si presenta come una mostra tradizionale. È piuttosto un dispositivo di apertura: un modo per portare all’esterno un percorso, trasformandolo in occasione di incontro e di sguardo.

AutOut nasce all’interno di un percorso socio-educativo sviluppato all’interno del progetto Walk of Life promosso dal Comune di Termini Imerese, esso rappresenta una soglia: un passaggio da una dimensione laboratoriale, spesso invisibile, a una forma pubblica capace di rendere percepibile ciò che è accaduto.

Le opere presentate non costituiscono il punto di partenza del lavoro, ma la traccia visibile di un processo. Ogni segno, ogni immagine e ogni intervento porta con sé la stratificazione di un percorso condiviso, fatto di tentativi, rielaborazioni e scoperte. L’esposizione assume così il carattere di una vera e propria reificazione dell’esperienza: ciò che è stato attraversato nel tempo prende forma e diventa oggetto di sguardo e di relazione.

All’interno di questo processo il lavoro dell’équipe multidisciplinare della Cooperativa Sociale ARESS FABIOLA ha avuto un ruolo determinante. Educatori, operatori e professionisti coinvolti hanno contribuito a costruire uno spazio nel quale competenze diverse potessero dialogare e sostenere il percorso. La dimensione collettiva non rappresenta soltanto un assetto organizzativo, ma una condizione essenziale affinché un’esperienza di questo tipo possa esistere e svilupparsi.

La mia conduzione del progetto si è concentrata soprattutto nella definizione e nella tenuta del dispositivo di lavoro. In percorsi di questo tipo, la presenza di una conduzione consapevole non risponde a una logica di centralità individuale, ma alla necessità di mantenere una direzione chiara del processo: uno spazio entro cui le energie dell’équipe e dei partecipanti possano trovare orientamento, continuità e senso.

Un aspetto centrale del lavoro riguarda l’integrazione tra approcci differenti nell’intervento con persone nello spettro autistico. Il percorso ha cercato di tenere insieme metodi più strutturati, tradizionalmente utilizzati nei contesti educativi e riabilitativi, con pratiche meno convenzionali, capaci di dare spazio a dimensioni spesso trascurate. L’attenzione si sposta così verso un approccio più centrato sulla persona, nel quale il corpo, la dimensione sensoriale e le forme non verbali della comunicazione diventano elementi fondamentali del processo. In questa prospettiva, l’esperienza artistica diventa un luogo privilegiato in cui le modalità individuali di percezione e relazione possono emergere e trasformarsi in possibilità di incontro.

All’interno di questa restituzione trovano posto anche due opere che ho scelto di inserire come segni di sintesi del percorso: due cuori attraversati da uno sguardo. In qualche modo raccolgono e restituiscono la qualità dell’attenzione che ha accompagnato il lavoro: uno sguardo che prova a tenere insieme percezione, empatia e ascolto.

Questi cuori con occhi abitano lo spazio come presenze discrete: sono insieme testimoni e suggerimenti di sguardo. Non rappresentano una firma autoriale, ma indicano una postura possibile. Ricordano che il processo che ha generato questo lavoro nasce prima di tutto da una forma di sensibilità capace di guardare e di lasciarsi guardare.

La restituzione al territorio non consiste soltanto nel presentare un risultato, ma nel rendere percepibile un’esperienza condivisa. Le opere diventano dispositivi di memoria e relazione: segni tangibili che permettono alla comunità di entrare in contatto con ciò che è stato costruito nel tempo.

In questo senso AutOut non è semplicemente un’esposizione, ma un passaggio: il momento in cui un processo collettivo diventa visibile e torna al territorio da cui è nato, lasciando che nuovi sguardi, nuove relazioni e nuove possibilità possano continuare a emergere.