Dafne Crocella
Antropologa e curatrice

Immaginate lo spazio di un foglio bianco: gli angoli retti, le linee che si incrociano perpendicolarmente. Questa è la struttura, il contenitore, lo spazio all’interno del quale ci è permesso esprimerci.

Immaginate ora una linea che lo attraversa, che arriva da un luogo che non possiamo percepire, al di fuori del foglio, e dopo aver lasciato un segno più o meno aggrovigliato, esce dal foglio per proseguire in una nuova zona fuori dalla nostra portata percettiva, fuori dalla nostra possibilità di comprensione.

Lo spazio bianco è la struttura che ogni società costruisce per consentire all’individuo uno spazio ben delimitato nel quale esprimersi creando forme. Sono luoghi precostituiti che servono come zone protette, dove ciò che definiamo “libera espressione” è tale solo se risponde a determinate aspettative, solo se si muove all’interno di uno spazio socialmente e culturalmente decifrabile. Se scrivo al di fuori non sarò visibile e le mie istanze non saranno traducibili: sarà difficile comprendermi. In alcuni casi la mia imprevedibilità legata al movimento al di fuori del contesto precostituito potrà addirittura generare paura. La fatica, la stanchezza e la paura genereranno il desiderio di allontanarmi: lo stigma.

 Generalizzando tutto ciò che si muove al di fuori dell’area comprensibile verrà stigmatizzato per proteggere la struttura. Lo stigma è quel segno sociale che porta alla marginalizzazione perché dal margine viene. E’ la risposta della nostra società verso le zone liminali, verso quelle aree che fuoriescono dai paletti verticali e orizzontali con i quali delimitiamo il nostro foglio, la nostra area di espressione e comprensione.

Fu il sociologo Erving Goffman a teorizzare[1] nel 1963 il concetto di stigma sottolineando come questo sia dipendente dalle costruzioni sociali. Un paio d’anni prima il filosofo Michel Foucault aveva analizzato[2] come le società stabilissero i confini della normalità utilizzando categorie diagnostiche che cambiano nel tempo con il cambiare del contesto culturale e il conseguente sviluppo della medicina e della psicologia. Sono quindi le istituzioni a definire categorie come normalità, malattia o devianza e queste definizioni, secondo Foucault, non sono mai neutrali: fanno parte di rapporti di potere: tanto che sosterà[3] che “il potere produce sapere e il sapere produce potere”.

Ma cosa succede se proviamo a guardare al di fuori dei pilastri del sapere sui quali si regge il potere delle nostre istituzioni? Che tipo di sguardo dobbiamo avere per poter leggere i segni che vengono tracciati al di fuori del nostro foglio, della nostra area di comprensione?

Con l’esposizione AutOut questa non è una mostra Vanni Quadrio ci mostra una possibile strada. Tra una cascata di disegni di minori con diagnosi di autismo, ai quali è stato dato lo spazio bianco di un foglio A4 per esprimersi, si inseriscono due opere dell’artista e terapeuta espressivo: due cuori che guardano. Due opere, una in compensato, l’altra in cartapesta, che rappresentano l’organo simbolicamente collegato alla nostra dimensione affettiva e alla capacità empatica. Due cuori con gli occhi in grado di vedere, di leggere, di comprendere ciò che se fosse stato destinato solo al cervello forse sarebbe rimasto al di fuori del tracciato della nostra comprensione.

Con il laboratorio di arte terapia che si è tenuto da ottobre 2025 a febbraio 2026 nell’ambito del progetto Walk of Life della Regione Sicilia promosso dal Comune di Termini Imerese e gestito dalla Cooperativa Sociale Aress Fabiola,Vanni Quadrio ha messo in atto un processo di fusione tra foglio e linea mobile che lo travalica, tra struttura sociale ed espressione divergente. Qui il sapere al quale si riferisce Foucault come a un alleato del potere viene smaterializzato per trasformarsi in strumento di osservazione nuova, in sguardo e ascolto verso ciò che si muove al di fuori delle linee di contenimento.

Il progetto espositivo diventa così un invito rivolto a tutti coloro che si muovono comodamente all’interno dei sistemi precostituiti elaborando percezioni e pensieri nella comfort zone della maggioranza. Un invito a entrare nel mondo dell’Altro, nello spazio fuori dal nostro concetto di spazio, un invito basagliano a “Entrare fuori per uscire dentro”, ossia a spingersi oltre il limite del foglio e provare a guardare, a percepire e lasciarsi stupire dall’esistenza di mondi oltre il limite. E questo sguardo, ci suggerisce Vanni Quadrio senza usare parole né concetti razionali, possono averlo tutti i portatori di cuore, basta attivare una nuova capacità di osservazione che sia legata al sentire e che sappia liberarsi dallo schema precostituito.

Oltre il limite, oltre le Colonne d’Ercole del sapere istituzionalizzato, si sono spinte le intuizioni di folli e visionari, esploratori, scienziati, umanisti e tanti, ma veramente tanti artisti. Possiamo sicuramente augurarci che l’arte oggi possa diventare un’alleata della medicina e della psicologia per contribuire alla creazione di benessere psicofisico sia individuale che sociale. Perché è grazie all’arte che il confine del foglio sbiadisce e le linee invisibili e indecifrabili che si muovono al suo esterno diventano nuovi spazi di percezione. L’inclusione così non si limita più al gesto di accoglienza del diverso all’interno del mondo della maggioranza, ma diventa ampliamento di un terreno comune fatto sia di aree delimitate che di orizzonti senza confini che possono finalmente coesistere e appartenere a tutti.

Nel titolo AutOut viene ribadito questo concetto di inclusione come dinamica che prevede una reciprocità tra due sistemi aperti. AutOut, due termini che nel testo scritto appaiono diversi (aut di autismo e out fuori) ma che, pronunciati, producono lo stesso suono, ed esprimono un’urgenza, un ultimatum, il riconoscimento della necessità di agire oggi in un terreno comune tra scienze sociali e neuroscienze e di farlo lasciandoci guidare dal gesto artistico.

[1] Erving Goffman “Stigma” Einaudi, 2003. (ed. orig. 1963, Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity)

[2] Michel Foucault “Storia della follia nell’età classica” Rizzoli, 2011. (ed. orig. 1961, Histoire de la folie à l’âge classique)

[3] Michel Foucault “Sorvegliare e punire” Einaudi, 2014. (ed. orig. 1975, Surveiller et punir)