CROSS THE STREET

Quando i giochi sono ancora tutti da giocare e il mondo ti aspetta, quando hai 15 – 20 anni e stai cercando di capire chi sei, allora la città diventa il tuo specchio, le strade si mescolano con la rete di capillari nel tuo corpo: catene di dna e catene di condomini, pagine di quaderni con schizzi e bozzetti, in un fitto dialogo tra te e il tuo habitat, segni grafici del tuo esserci scegliendo di attraversare le strade, scavalcare i cancelli, oltrepassare i binari.


Cross the Streets non poteva non riportarmi in quegli anni senza telefonini, con appuntamenti presi giorni prima, rispettati negli orari e nei luoghi, senza applicazioni per le mappe, ma con stradari in continua evoluzione nel nostro cervello e nel nostro cuore, luoghi che diventavano nostri perché pian piano ce ne appropriavamo, dedicandogli interi pomeriggi, serate, notti… La città diventava nostra perché la sceglievamo. Sceglievamo gli angoli e i gradini dove sederci ad aspettare, le strade da percorrere, le piazze dove incontrarsi, i muri su cui lasciare il segno…

Con questi ricordi e l’aspettativa alta entro al Macro di via Nizza per tuffarmi nel lavoro di raccolta di circa 40 anni di Street Art e Writing curato da Paulo Von Vacano.

Entro e quello che sento inizialmente mi stride: Street Art rinchiusa in un museo. Manca l’odore della strada: quel misto di smog e piscio certo poco classicamente poetico, ma esperienza sensoriale intrinsecamente legata alla percezione visiva della Street Art. Mi chiedo se effettivamente sia questo il desiderio di uno street artist. Mi chiedo se sia un riconoscimento, una sorta di promozione dal ruolo di “graffitaro” illegale, trasgressivo, punibile, a quello di “artista” legalmente riconosciuto, attore di una trasgressione accettata e codificabile, vendibile e sapientemente illuminato. I sensi percepiscono, la mente viaggia, elabora e trasmette nuovamente ai sensi e così mi torna la sensazione del MURo, il Museo di Urban Art di Roma voluto dall’artista Diavù.
Ma scelgo di sospendere il giudizio e mi tuffo.

Mi attira subito il lavoro del berlinese Evol Arbeiter Schliessfacher, un insieme di armadietti di lavoro e cabine elettriche, elementi anonimi del nostro quotidiano, trasformati in un insieme di palazzi dal gusto post industrial tipici delle periferie delle nostre metropoli. Le finestre si ripetono in una sorta di mantra architettonico, una uguale all’altra a intervalli regolari creando una ossessiva e asfissiante certezza: siamo intrappolati nelle nostre strutture.


Il lavoro è affidato alla tecnica degli stencil che garantisce il ripetersi insistente di forme identiche simbolo di un appiattimento omologante. Unica variabile appare ogni tanto una parabola bianca, così simile a un fumetto vuoto, quasi a suggerire il desiderio di espressione che esce da una qualsiasi finestra: il bisogno di comunicare la propria presenza nell’unicità di ogni storia individuale. Ma il fumetto resta bianco, vuoto, senza voce. La voce è quella che viene dalla parabola, uguale per tutti… e con quella voce non si può interloquire.

Subito dietro ci sono i grandi lavori di Obey Giant. Le sue opere mi ricordano i poster nelle camere degli adolescenti e quella ricerca di un’estetica che contenga una scelta politica, un anelito identitario: pericolosa arma a doppio taglio. Obey Giant, al secolo Frank Shepared Fairey, è artista e illustratore statunitense, famoso tra l’altro per l’opera Hope in sostegno alla campagna elettorale di Obama: arte e politica, e poi opere che possano circolare, come le sue stikers campaign, arte per tutti, almeno all’inizio…

Qui ci sono  i lavori Zapatista Woman, e  Angela Davis e il grandioso lavoro di tecnica mista su tela Middle Esat Mural. Guardo questo angolo del Macro e mi lascio assorbire verso un altrove che in fin dei conti mi appartiene. E mentre lo guardo sento che Obey può stare là. La sua non è solo street art. E’ riuscito a farne una moda, un brand per giovani skaters e non solo con tanto di abbigliamento e accessori. Sicuramente è un fenomeno e, se l’obiettivo di Cross the Streets è la storicizzazione della street art, allora Obey è giusto che ci sia e non mi disturba vederlo in un museo. La sua arte è stata già tolta dalla strada più volte, decontestualizzata dall’artista stesso che ha fatto della strada uno step di partenza per una vertiginosa ascesa commerciale.

Ognuno ha la sua missione e la sua visione, non sono qui per giudicare le scelte degli artisti, la storia è fatta di scelte che spesso lasciano i segni. E sui segni lasciati da Obey si potrebbe aprire un lungo dibattito nel quale finirebbero malamente buona parte dei radical chic e degli intellettuali di sinistra con la bocca piena di proletariato e caviale, e forse anche io!

Per approfondire: >> Dalla Street Art al marchio registrato: il caso Obey – di Tiziano Manna per Artwort 2015

Proseguo e il MURo torna a chiamarmi. Mi trovo davanti alle opere di Ron English e di Lucamaleonte: unici due street artists presenti in entrambi i musei.

Ron English lo ritrovo con i suoi Toys, lontani nella tecnica ma riconducibili al murale di via Pistoni nella scelta di un’iconografia pop. Il lavoro di Ron English al Quadraro ha mosso giornalisti, critica e abitanti del quartiere per diversi giorni portando i riflettori su quest’angolo di Roma altrimenti dimenticato dai media. Il suo lavoro Baby Hulk ha sicuramente il potere della street art: sorprendente e appropriato. I suoi Toys qui al Macro sono sicuramente un’altra storia, arte in teca, con un valore provocatorio e stilistico, ma arte in teca e non street art. Preferisco il Ron English del MURo.

Di fronte ai Toys di Ron English un grande lavoro site specific di Lucamaleonte: un intricato intreccio di fagiani. Cromaticamente carico, visivamente abbondante, ma più lo guardo e più continua a tornarmi in mente il suo lavoro Nido di Vespe realizzato in via Monte del Grano per il MURo. Opera lucidamente antifascista che dialoga con il territorio e i suoi abitanti. Opera che nel rispetto racconta l’anonimato. Il Quadraro, uno dei primi quartieri di Roma a insorgere contro il fascismo, duramente rastrellato dal generale Kappler nell’aprile del 1944 e da lui chiamato appunto “nido di vespe”.

Lucamaleonte, romano classe 83, lontano biograficamente da quel giorno sa, con la sua arte, essere vicino ed esprimere senza parole il senso d’identità di un quartiere, la sua storia, le sue scelte politiche. Street Art è senza dubbio e soprattutto questo: interazione con il territorio. Guardo l’insieme dei fagiani e il “territorio” del Macro che li circonda e ancora una volta sento che questa non è street art. E’ un segno, una presenza, un permettere al proprio nome di entrare a far parte di una storia alta, che non è certo il tipo di storia con cui interagisce la Street Art. Continuo a chiedermi il valore di tutto questo…

Sicuramente molti degli street artists presenti alla mostra non hanno bisogno delle luci di un Museo, bastano i lampioni della strada per illuminare il loro indiscutibile valore artistico, eppure hanno sentito il bisogno di dialogare con un’altra forma di cultura, con critici e galleristi. Forse era solo questa la strada per graffiare lo sguardo snob di chi li ha sempre condannati. Vittoria sui benpensanti? Schiaffo in faccia al perbenismo? Non saprei… io continuo a guardarli dal basso!

Sul lato opposto a Obey  è allestita Keith Hearing Deleated: una testimonianza fotografica raccolta da Stefano Fontebasso De Marino e curata da Claudio Crecentini. Beh, posso dire di conoscere Keith Hearing, la sua mano, il suo stile… il suo volto no. Non lo ricordavo. Così entro in contatto con quest’artista, un grande sicuramente della Street Art. Lo vedo ritratto al lavoro, semplice nell’abbigliamento, quasi anonimo nel suo stile e colgo la precaria fugacità dell’essere umano rispetto alle sue azioni. Le opere romane di Keith Hearing sul Palazzo delle Esposizioni e sui pannelli del ponte della metro A tra Flaminio e Lepanto sono state entrambe rimosse, ma il nome di quest’artista viaggia al sicuro su altri binari!

Ci tengo ad andare a vedere la parte dedicata al writing romano. Adolescente negli anni ’90 ho vissuto, come molti romani della mia generazione, quel momento di street art ancora nascente, ancora legato alle ore notturne, al bandana sul viso e le bombolette nascoste negli zaini. I miei amici graffitari aspettavano la chiusura della metro seduti sulle panchine guardando i treni passare, uno dopo l’altro, senza mai salire. Per noi la street art è nata così, nell’attesa silenziosa, nel bisogno di evasione, nella ricerca di nuovi spazi per la propria creatività, nella necessità di lasciare il segno su metropoli così immense, città pronte a divorarci, a farci scomparire nel nulla dell’anonimato.

Passo al piano superiore dove trovo l’allestimento di Christian Omodeo, nome legato alla prima mostra di Writing allestita fuori dagli USA nella Galleria Medusa di Roma nel lontano 1979. Da allora Omodeo ha continuato a seguire gli sviluppi di questa forma d’arte fondando a Parigi Le Grand Jeu, agenzia e bookstore di urban art. La mostra racconta quindi il fenomeno del Writing romano dal 1979 al 2017 sottolineando l’importanza e l’unicità, a livello internazionale, del fenomeno nella nostra Capitale.
Scopro che Roma non è rimasta impantanata nella sua immagine di culla dell’arte romana, scrigno di tesori classici e neoclassici, ricca di interesse e fascino legato al mistero di tempi antichi, non si muove solo sugli interessi storici e turistici legati all’arte sacra rinascimentale, a nomi quali Michelangelo e Caravaggio, al barocco del Bernini e del Borromini. L’arte a Roma è viva anche oggi. Anche se ha un passato importante e lo sguardo internazionale cerca principalmente questo, dalla strada la risposta contemporanea è viva. Sfida sicuramente difficile, ma vinta. E se gli scavi per nuove linee di metropolitana procedono tra i continui interventi degli archeologi i vagoni intanto sfrecciano pieni di colori!

Non è una tela incorniciata e illuminata in qualche museo a sostenere l’espressività artistica, ma la strada, i suoi muri, gli spazi comuni. L’arte scende dal piedistallo e entra a contatto con il popolo, prende la metro, viene sporcata, arsa dal sole estivo e bagnata dalla pioggia. Forse verrà cancellata, ma resterà nei ricordi, nella forza di un movimento artistico, nella storia personale di chiunque l’abbia incontrata. Arte è anche questo: lettura personale di un gesto creativo, non opera finita, ma esperienza in continuo divenire.
Mi appare con forza il concetto di arte sempre più svincolato da un oggetto materico e la Street Art, (come l’arte partecipativa, il site specific, l’arte effimera, le performances…) ne è chiaramente un’importante testimonianza.

Di |2020-06-11T08:48:47+02:00Giugno 19th, 2017|critica d'arte popolare|0 Commenti

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