Una mattina con Alvaro Amici, Cattelan e Giulio Cesare

Quanto è difficile la strada dell’arte contemporanea in un città come Roma! Tra le armonie del mondo classico dall’indiscutibile valore, i capolavori rinascimentali e barocchi… beh, come collocare un Duchamp, una Abramovic, un Cattelan?
In molti ancora oggi s’interrogano sul significato di arte, sconcertati davanti agli orinatoi che con una firma accanto sono entrati nella storia dell’arte trasformandosi in compagni di millenari capitelli corinzi e statue marmoree.
Eppure anche i resti della nostra Roma sono appartenuti un tempo all’arte contemporanea e forse avranno provocato qualche scettica alzata di sopracciglia…
Senza fare troppa morale sarebbe bene ricordarsi che ogni tempo ha la sua arte, e ogni forma d’arte esprime e raccontare la società che l’ha generata.


Mi avvio verso il Foro Palatino. Divertita mi metto in fila tra i turisti e improvvisamente mi tornano in mente momenti scolastici, forse alle elementari. I turisti passano il metal detector e nelle mie sovrapposizioni temporali entrano i ricordi di un Colosseo dal quale entravo e uscivo come mi pareva, di una Via Sacra con le sue pietre ricurve e levigate, di quei mille momenti di adolescenza in cui evitavo i banchi di scuola e finivo inevitabilmente tra ville e macerie. E mentre ricordo, avanzo con la fila e mi trovo a posare la borsa e a passare i controlli, pronta all’imbarco verso un viaggio nel tempo. Niente armi, bottigliette d’acqua accettate, qualche panino, molti telefenini: tutto ovvio. Tutto razionalmente comprensibile. Tutto terribilmente assurdo.
Con questo senso dell’assurdo che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente e che placidamente accettiamo entro nel Foro Palatino.

L’aria è calda ed è proprio un ottobre romano. Faccio partire la voce di Alvaro Amici nelle mie orecchie e mi incammino tra le rovine. E’ tutto Roma: nei suoni e nei colori, sotto i piedi e negli scorci tra i rami autunnali.
Inizio a girovagare a zonzo tra le rovine. Immagino che prima o poi mi imbatterò in qualcosa di contemporaneo che non sia un metaldetector o un bastone per selfie… invece niente… fiumi di turisti, guide piene di parole in una quantità di lingue diverse, centinaia di foto e di selfie, e poi Roma con il suo odore di Giulio Cesare, di Ottaviano, di Fabio Massimo… mille nomi che sembrano staccarsi dai cartelli delle strade, lasciandoti confusa tra un ricordo di radici che si vanno sempre più intricando in filamenti sottili e la necessità di un presente che sfugge e ti porta a perderti.

Alvaro Amici continua a cantare e nella sua Passione Romana il regazzino de Trestevere si innamora, parte, ma “er core suo romano nun cambiòòò!!” …  continuo a camminare e Ninetta gli stornelli non canta più…  E improvvisamente questa Roma, queste radici, questa storia così importante mi stringe la gola e voglio assolutamente trovare Duchamp!

Trovo la casetta After Love di Vedovamazzei, simbolo della mostra. Sbilenca in mezzo alle colonne rotte. Non capisco dove potrebbe essere più faticoso vivere: in un instabile e sbilenco contemporaneo, o nel maestoso e corroso travertino romano? La guardo dall’alto e decido di avvicinarmici più tardi. Proseguo e mi perdo nuovamente: non un cartello, non una freccia sul dove possa trovare effettivamente il percorso della mostra. Un’entrata è chiusa: causa lavori, il percorso iniziale è cambiato: causa lavori, ci sono più scale da fare: causa lavori… ovviamente! “Quanto lavorano stì romani!” direbbe un qualche cugino padano!

Anya Gallaccio

Finalmente  mi trovo davanti all’opera di Anya Gallaccio e mi si stringe il cuore… una grande piscina, posta sulla splendida terrazza dove, nell’età severiana, si trovavano le terme. L’acqua è sporca e in un angolo galleggia qualche arancia ammaccata e imputridita. L’opera doveva essere composta da frutta fresca che ricoprisse l’intera superficie dell’acqua e che si muovesse grazie a una pompa. Ma evidentemente, causa lavori, direi… tutto ciò è divento una pozza insalubre con qualche frutto marcio… Guardandola da lontano ricorda un campo da bocce. Mi verrebbe da intitolarla “Dove sono i nonni?”.
Con un senso di rabbia e determinazione decido che ora questa mostra devo proprio trovarla, e cerco di divincolarmi da questo passato che mi irretisce come una grande ragnatela fatta di pini tra le rovine e cipressi ricoperti di vite rossa…

Chiedo a un sorvegliante che mi risponde “E’ una caccia al tesoro gentilmente offerta dalla sovrintendenza”…
Sorrido  e rifletto che dopotutto l’essere romana mi ha insegnato a cavarmela col sorriso. E finalmente mi ritrovo nello Stadio Palatino. Passato alla storia con questo nome, ma che effettivamente stadio non era. Si trattava di un giardino circondato da un portico e arricchito da mosaici e opere d’arte: insomma una sorta di galleria a cielo aperto. E allora effettivamente quale luogo migliore per lasciare interloquire l’arte antica con quella contemporanea?

Inizio il mio percorso soffermandomi subito sull’opera di Claudia Losi: una stampa digitale su un grande tessuto appeso sotto un’arcata. Sono raffigurati animali di vario genere. Ciò che mi attrae di più non è tanto l’opera in se, ma la sua collocazione. E questo credo sia il più importante riconoscimento per ogni lavoro site specific.
Alle sue spalle si intravedono i resti di un affresco. Le tonalità leggere, sottoposte allo scorrere del tempo dialogano con i colori pastello dell’opera United Animals creando l’effetto di un affettuoso proseguo, di un’arte che mai si è interrotta, nonostante lo scorrere del tempo. Ci raccontano il bisogno umano di esprimersi artisticamente. Bisogno immortale, che con leggerezza sa illustrare la precarietà del nostro vivere.
L’affresco screpolato ci parla del passaggio dei secoli, del sole e della pioggia e di milioni di sguardi che vi si sono posati. La grande tela della Losi, che si tende fino a terra, incorniciata dall’erba verde, sa che è destinata a vita ben più breve e racconta la sua precarietà mescolando tra loro animali, alcuni in via di estinzione, altri, come ad esempio l’alca impenne, già scoparsi dalla superficie terrestre: un inno alla materia che perisce, ma che nutre l’imperituro spirito umano.

All ’opera di Claudia Losi segue un altro essere zoomorfo: il Bear Sculpture di Paul Mc Carthy. Un grande orsacchiotto di peluche nero, che dell’affettuoso ha ben poco e direi anche del site specific, creando con la sua presenza un senso di disagio davanti a un’aspecificità perpetua nella quale si inserisce un mondo cartoon commerciale e kitsch.
Mi riporta con la mente  ai Toys di Ron English recentemente esposti al Macro nella mostra Cross the Streets.

Un’arte contemporanea bisognosa di esprimersi con forza sull’utilizzo di un’iconografica fantastica destinata a un pubblico infantile, del tutto scollegata da ciò che può essere l’immaginario di un bambino. Un mondo di mercato dove giganteschi orsi e topi diventano simpatiche animazioni che ci accolgono all’entrata di centri commerciali e parchi divertimento, mentre le loro controparti selvatiche vengono avvelenate e uccise.
E proprio questo suo essere fortemente fuori luogo, rafforza il suo valore simbolico e mi verrebbe quasi da definirlo site a-specific.

Continuo il percorso soffermandomi davanti ai raggi del sole e alle ombre create dall’opera Soglia di Remo Salvadori, bellissima e magnetica ovunque, ricca di quella poesia che sanno trasmettere i carillon eolici.
Tra il bianco e le corde mi avvicino al Luogo di Raccoglimento Multiconfessionale e Laico del Pistoletto, forse più adatto, come tipo di riflessione, all’istituto oncologico di Marsiglia, dove è stato presentato 17 anni fa.
Il mio cammino prosegue e dalle pietre della Via Sacra i piedi si trovano ora sulla liscia superfice specchiante dell’opera di Cattelan: un tappetino a specchio pronto a riflettere i miei stivalacci circondati dalle macerie e a riportarmi nuovamente verso i mille interrogativi temporali che questo luogo suscita.

Le opere sono tante, le scopro ovunque e questa quantità mi rimanda a quella sensazione di sovraccarico che spesso arriva all’osservatore dell’arte classica. Scelgo di non lasciarmi sovrastare e di proseguire in una visita che possa essere anche una passeggiata e che ogni tanto mi costringa a fermarmi colpita da un lavoro.
Tra i nomi più importanti come quelli di una Marina Abramovich, che si lascia riconosce a distanza con il suo Mambo a Marienbad, o Gino De Dominicis che in collaborazione con Vettor Pisani lascia ciondolare nel vuoto un Bambinello con la sua Madonna dei Miracoli, o Mario Schifano con il suo Il Cosmo e Gli Elementi che ci riporta verso il teatro anni ’90; mi lascio rapire dalla forza contemporanea di due istallazioni site specific: Service for the Biennal del cinese Cai Guo-Qiang e l’opera di Ugo La Pietra Nuovo Tempio Capitolino.
La prima è un evidente omaggio satirico al clima formale che si respira in alcuni ambienti e dal quale l’arte contemporanea non è sicuramente immune. Viveri e bicchieri vuoti appoggiati su una grande tavola sorretta da un traballante risciò mi riportano verso quelle sensazioni scialbe dove si tenta di coprire con l’apparenza una sostanza inesistente, dove l’apparenza stessa mal si camuffa in benessere e lascia intravedere lo sfruttamento da cui dipende. Il tutto si traduce in una polverosa plastica vuota e in rotocalchi di giornale su cui camminare domani quando pioverà.


L’opera di Ugo La Pietra è creata per la mostra sul Palatino, e davvero si vede! Dopo un lungo peregrinare tra lavori in corso mi ritrovo circondata dal Nuovo Tempio Capitolino. Le rubiconde faccie da maiali di probabili personalità del mondo mafio-politico sono comodamente appoggiate ai loro scanni, mentre nel centro una scacchiera mostra la partita che si sta per giocare. In fondo la Lupa Capitolina ci ricorda dove siamo e con lo sguardo distante dimentica i due gemelli che sotto di lei non riescono più a raggiungere il suo seno. Il tutto avvolto dai colori bianco-rosso delle note strisce dei lavori in corso. Una denuncia aperta, anche se, possiamo immaginarlo, sicuramente poco accolta.

Mi giro e guardo nuovamente After Love di Vedovamazzei. Sento che queste due opere immerse tra le rovine abbiano il potere di dare una chiara immagine del nostro contemoraneo: precario, sbilenco, fortemente clientelare e, proprio per questo, faticosamente arrancante, carico di passato, ma nonostante tutto ancora in piedi, ancora capace di un sorriso autoironico e di un inchino alla Pulcinella per strappare un applauso prima della chiusura del sipario.

 

Di |2020-03-13T19:22:29+01:00Settembre 21st, 2017|critica d'arte popolare|0 Commenti

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