Loquace, bugiarda, civettuola. Addirittura ninfomane! E poi ancora insolente, impertinente, esibizionista, ma anche dedita all’ozio. Questi e tanti altri ancora sono stati gli aggettivi ritrovati nelle cartelle cliniche delle donne che venivano internate nei manicomi. Definizioni tutt’altro che mediche che oggi mostrano lo stigma sociale inflitto ai “non conformi” e in particolar mondo alle donne che uscivano dalle maglie della società patriarcale. Bastavano tre aggettivi per far sì che una donna venisse allontanata dalla famiglia e chiusa in manicomio. Tre aggettivi che messi insieme dovevano descrivere un carattere pericoloso, per sé stessa o per gli altri, ma che esprimevano più comunemente un’indole indomita, non aderente alle imposizioni sociali, capace di pensarsi e immaginarsi al di fuori dei ruoli che la società patriarcale le aveva riservato. Donne dedite alla politica, alla poesia, o semplicemente che rifiutavano il carico dei cosiddetti “doveri familiari” della vita domestica.

Daniela Di Mase ha ricercato queste definizioni per elaborarle in un progetto nato nel 2023 in occasione della mostra Pericolose per le Giornate Basagliane del Collettivo degli Artisti di MonteMario di cui Daniela fa parte.

Prendendo gli aggettivi e raggruppandoli tre a tre ha ricreato ipotetiche descrizioni di donne, rendendosi conto come la forza del carattere emergesse in ogni gruppo. E’ nata così una serie di 12 cartelli in cui campeggia una frase che riporta una possibile scelta di vita. Alcune più ambiziose come una carriera politica o giornalistica, altre imprenditoriali, altre ancora personali. Scelte che calzano con le tre definizioni per le quali un tempo potevi essere considerata psichiatricamente pericolosa e che oggi assumono il valore di quegli ingredienti caratteriali che possono consentirci autoaffermazione sia in ambito professionale che privato.

Ogni cartello è stato poi affidato a una barbie creando un dialogo tra il gioco di plastica con il quale molte bambine sono cresciute e le cartelle clinica manicomiali, un dialogo che mette in luce lo sguardo maschile sul corpo femminile: perfetto o sbagliato. Daniela capovolge questa visione mostrando barbie imperfette, spettinate, mal vestite (esattamente come le mani infantili erano in grado di ridurle). Le barbie sfilano in una manifestazione con i cartelli dove le definizioni mediche sono state ribaltate diventando ingredienti essenziali per raggiungere i propri obiettivi. Chiude le fila la barbie nuda, esposta in un barattolo, quasi fosse un oggetto di studio, con la sua etichetta descrittiva che recita: “Ma vaffanculo!”

IN DIALOGO CON IL LAVORO TEATRALE DI DANIELA AVERSA

Il progetto dialoga ora con l’evento curato da Daniela Avesa inserendosi nel contesto delle discriminazioni di genere in ambito lavorativo. Lo fa affidando alle barbie alcune frasi che fanno parte dell’opera teatrale Equilibrio Precario portata in scenda da Daniela Aversa e che risuonano come un’eco con le definizioni delle cartelle cliniche manicomiali. La storia delle donne internate prende così nuove parole catapultandosi in un contemporaneo folle dove la donna è ancora oggetto di biasimo, capro espiatorio. Al silenzio di ieri oggi finalmente si contrappongono le voci, a volte confuse, altre rabbiose, ma comunque simbolo di un processo di autodeterminazione ormai in atto.