Alessandra Natili, in arte Reiko, è artista performer. Nata come attrice ha dedicato al teatro oltre 30 anni recitando in diverse compagnie.

Nella sua ricerca artistica l’elemento coreutico è indispensabile. Il corpo diventa strumento espressivo d’elezione, fatto di stasi e movimenti, di silenzi e voci, danza, riso, pianto…

Niente meglio del corpo può raccontare la dimensione umana con i suoi lati luminosi e quelli oscuri, elemento di raccordo tra ciò che è interno e l’apparenza.  La pittura, densa e materica, diventa quinta dell’interpretazione coreutica.

Riero al lavoro nell’atelier condiviso

Nella mostra I pani Sporchi, la follia e la sofferenza psichica sono vissute sulla pelle e raccontate attraverso il corpo nudo nascosto dietro un lenzuolo. L’ambiente è sicuramente quello manicomiale, dove il paziente perde la propria identità. Il volto non esiste più, solo un lenzuolo bianco omologante ricopre un’indistinta sofferenza. Emergono un braccio e una gamba tra le convulsioni, l’uno staccato dall’altra, a sottolineare un corpo che ha perso padronanza e non conosce più se stesso. Restano ancora i capelli neri lunghi e lucidi. Ricordano una vita e un’identità chiare, una percezione del sé presente. Ma è solo un’illusione. I capelli nei manicomi vengono tagliati. Le teste devono essere il più possibile identiche.

Avvicinandoci i lamenti assumeranno il suono di musiche e parole rubate a poesie e ricordi. Dietro l’omologazione rimane ancora, vestita dal delirio di un folle, la personale poesia dell’animo umano.

In alto una tela rappresenta una croce. Una sofferenza raccontata attraverso il nero di un corsetto ormai abbandonato, e il rosso. Sullo sfondo un seno femminile appena accennato con il gesso. Quanto resta di un’identità passata e ormai crocefissa.

Nel titolo dell’opera, That Foolish Empty Space, risuona l’accusa rivolta al copro svuotato, portatore di follia. Ma come un’eco quest’accusa rivolta al paziente sembra rimbombare tra le stanze del manicomio e diventare indiscutibile accusa allo spazio manicomiale stesso, pieno di sofferenza e svuotato di umanità.

 

 

 

 

 

 

Testo critico e curatela dafne crocella – artplatform.it