Volti a metà, sguardi indagatori. I personaggi presentati da Triana Ariè nascono con una zona in ombra. Chiaramente definita, una metà del viso racconta con dovizia di particolari espressivi la storia che si annida tra le pieghe dei nostri volti. L’altra metà è completamente assente. Nell’ombra o forse addirittura sconosciuta persino a chi con quel viso si confronta tutti i giorni.

Cosa meglio di un bianco e nero può raccontare il difficile rapporto tra zone di luce e zone d’ombra delle nostre personalità?

Gli uomini che emergono dal lavoro di Triana hanno l’inquietante aspetto dei guardoni. La metà del viso in ombra ci pone davanti alla difficoltà di cogliere e definire il rapporto con chi stiamo guardando. Ma ci pone anche davanti alla domanda di quanto effettivamente ognuno di noi porti con sé zone segrete, angoli che preferisce non mostrare, perché intimi, perché non amati, perché spesso non conosciuti.

 

 

E allora ci volgiamo a cercare fuori da noi quelle metà mancanti. Spioni perché in cerca di emozioni attraverso le emozioni degli altri. Voyeurs perché incompleti.

I volti compaiono oltre il muro anonimo di un condominio urbano. Con quanti occhi siamo osservati dalle nostre città? Quante metà vengono risucchiate oltre i muri? Su una finestra improvviso si apre uno squarcio. Se avviciniamo il viso notiamo lo sguardo interrogativo dell’ennesimo guardone… un guardone a colori, che effettivamente ci assomiglia…

 

Il grande pannello per metà dipinto a trompe l’oeil, fa da quinta all’installazione performativa di Reiko. Un condominio di guardoni spia la stanza di un ospedale psichiatrico. E la donna nel letto entra a far parte dell’opera di Triana Ariè. Tra i due lavori si crea un rapporto a specchio dove lo spiare e il trovarsi sotto osservazione ci permettono di cogliere la dinamica malata tra struttura manicomiale e paziente.